lunedì 24 marzo 2014

La ricerca: passione quotidiana


 La ricerca 
è fatta di passione quotidiana


Un diploma al liceo classico di Conversano, in Puglia, poi la laurea alla Università Cattolica di Roma e due specializzazioni, infine il lavoro nella divisione di Oncologia pediatrica dell’università. La dottoressa Anna Lasorella nel 1993 è emigrata a San Francisco dove è rimasta per tre anni presso l’Università della California. Poi il ritorno in Italia e il definitivo ritorno negli Usa prima all’“Albert Einstein College of Medicine” e successivamente come ricercatrice del Departimento di Patologia e Biologia Cellulare e Pediatrica dell’“Institute for Cancer Genetics” della Columbia University di New York. La sua ricerca è focalizzata sui vari tipi di tumore al cervello.

Qual è la situazione della lotta al tumore al cervello?
«Insieme con il tumore al pancreas, quello al cervello purtroppo è il cancro più incurabile di tutti con un’aspettativa di vita media di non più di 15 mesi. Insieme alla equipe del prof. Iavarone abbiamo scoperto lo Huwe1, il gene che aiuta le cellule staminali a svilupparsi e a diventare adulte. La ricerca, che si è meritata la copertina della rivista internazionale Developmental Cell, dimostra che lo stesso gene è coinvolto anche nel più aggressivo fra i tumori del cervello che colpisce bambini e adulti, il glioblastoma multiforme. La scoperta promette di avere conseguenze importanti sulla ricerca di base relativa alle cellule staminali, ma getta anche le premesse per future terapie contro i tumori. Abbiamo ipotizzato che l’attività di Huwe1 possa essere bassa nelle cellule dei tumori del cervello umano. Stiamo tentando di organizzare dei trial clinici internazionali sulla base di questa scoperta».

Su quali basi siete potuti arrivare a un genere di scoperta come questa?
«Tra le altre cose – lo abbiamo pubblicato su “Nature Genetics” – sul fatto che la nostra équipe ha realizzato una mappatura genetica completa del tumore al cervello, aprendo la strada alle terapie personalizzate. Un annuncio in grado di esaltare la comunità scientifica internazionale e di suscitare insperate aspettative per il terribile male. Noi alla Columbia siamo ora in grado di realizzare in 24 ore una mappatura completa delle alterazioni genetiche in una cellula tumorale, l’operazione per intenderci che ha richiesto dieci anni di lavoro al team di Craig Venter quando tracciò la mappa del genoma umano. Ora, se le case farmaceutiche collaborano, possiamo creare farmaci di volta in volta capaci di colpire ogni singolo tumore. Il problema non è più organizzativo, perché basandoci su tutti nostri studi la maggior parte del lavoro è già fatta: è solo finanziario. Ma gli investimenti necessari non sono più proibitivi. Proprio di questo tumore mancava la mappa genetica. Ora stimiamo che il 15 per cento dei malati potrà curarsi selettivamente con farmaci già esistenti. Ecco la svolta».

In che senso selettivamente?
«La chemio può aver debellato il 99,9 per cento delle cellule, ma in quello 0,1 che resta si annidano spesso proprio quelle staminali. Per questo è fondamentale la ricerca che abbiamo annunciato: offre una visibilità completa sul patrimonio genetico di ogni singolo tumore e permette di scoprire tutti i segreti del Dna di ogni singola molecola maligna, fino a colpire proprio le cellule killer».

Di cosa vi state occupando in questo momento?
«Continuiamo ad analizzare i tumori per capire se sia possibile suddividerli in altri tipi sulla base di lesioni comuni ».

Il futuro sono le nuove terapie personalizzate sia nei tumori dei bambini sia in quelli degli adulti?
«Sì proprio perché sono tumori differenti gli uni dagli altri, e presentano ognuno un tipo di lesione particolare che va trattata in maniera diversa. Ricordiamoci che le nostre scoperte ci dicono che tumori istologicamente uguali analizzati con tecniche sofisticate appaiono invece molto diversi. Il background di ciascun tumore è differente da ogni altro».

Esiste un qualsiasi genere di prevenzione per il tumore al cervello?
«Purtroppo no, non esiste un comportamento da tenere per poterlo evitare. In questo caso – parlo da ricercatrice – una forma di prevenzione può essere però quella di conservare piccoli pezzi di tumore in laboratorio, da poter analizzare in seguito, una volta in possesso di nuovi dati e in maniera da fare avanzare la ricerca».

Qual è la sua personale idea della prevenzione?
«Quella che ho appena raccontato, aiutare il più possibile la progressione della ricerca con gli strumenti che abbiamo. E fare corretta informazione».

È possibile fare un paragone tra la ricerca in Usa e in Italia?
«Ahimè no, siamo su due pianeti completamente diversi. In Italia chiunque se vede un topino in casa sua cerca di farlo fuori, poi si fanno le leggi per difendere topi da laboratorio – trattati assolutamente con dignità – che sarebbero utilissimi per la ricerca».

A un giovane che si iscrive oggi alla facoltà di Medicina, con il sogno di diventare un ricercatore, lei che consiglio darebbe?
«Se non ha voglia di fare 15 ore in laboratorio e preferisce andare a giocare a tennis lasci perdere. Non c’è una via breve per arrivare al successo in questo genere di attività. Consiglio di avere il coraggio di non porsi dei limiti di tempo, di spazio, di luoghi. Di andare dove c’è il meglio. Di non aver paura di sacrificarsi, di fare delle scelte forti. Se non si ha la determinazione sufficiente per affrontare le sfide che il mondo della ricerca impone, meglio a quel punto fare il medico, l’attività di reparto, di corsia altrettanto importante».

Sarà mai possibile sconfiggere definitivamente il cancro?
«Credo di no in maniera assoluta ma probabilmente si potrà rendere una malattia cronica, da poter tenere sotto controllo. Noi stiamo lavorando proprio con questo obiettivo».

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